Il Master in Leadership e Spiritualità: un percorso che cambia il modo di stare nel mondo

Il mio racconto personale del Master in Leadership e Spiritualità : quattro weekend tra autoconoscenza, interconnessione e bene comune.

Ci sono percorsi di formazione che ti danno strumenti. E ci sono percorsi che ti cambiano il modo di guardare le cose. Il Master in Leadership e Spiritualità della Scuola di Prato, che si è svolto in quattro weekend tra marzo e giugno presso Villa San Leonardo al Palco, è stato per me decisamente il secondo tipo.

Voglio raccontarti cosa ho portato a casa da questo percorso n, non come resoconto accademico, ma come riflessione personale che ho sentito utile condividere, anche perché tocca da vicino il senso di quello che faccio ogni giorno.

Un luogo pensato per andare in profondità

Il Master si è svolto in un ambiente raccolto e informale, lontano dalla frenesia quotidiana, proprio quello che serve quando si lavora su temi che richiedono silenzio interiore prima che parole.

La faculty che ho incontrato è stata straordinaria: esponenti del mondo della politica e del lavoro, leader spirituali, economisti, psicoterapeuti, counselor, esperti in tecniche di respirazione e meditazione. Persone che uniscono sapere accademico e profondità umana in un modo che raramente si trova altrove.


Chi sono io davvero?

Il punto di partenza di tutto il percorso è stata una domanda semplice e scomoda: Chi sono io davvero?

Non il ruolo che ricopro. Non quello che faccio agli occhi degli altri. Chi sono quando tutto questo si toglie?

La prima cosa in assoluto è conoscere se stessi. Voglio scoprire e coltivare il mio mondo interiore e prendermi cura di me — non come atto di egoismo, ma come fondamento necessario di ogni cura verso gli altri.

Solo così posso aiutare e prendermi cura del prossimo.

Non si può dare ciò che non si possiede. Questo principio, che ho sentito ripetere in forme diverse durante tutto il Master, è diventato per me una bussola. La cura che porto ogni giorno nelle stanze in cui lavoro nasce da un lavoro interiore che non smette mai.

 

Perché sono in questo mondo?

La seconda grande domanda che ha attraversato il percorso è stata altrettanto diretta: Perché sono in questo mondo? Cosa posso fare di utile per il mondo?

Non è una domanda filosofica astratta. È la domanda più concreta che possiamo farci. Ogni risposta cambia il modo in cui viviamo ogni giorno — come ci alziamo la mattina, cosa scegliamo di fare con il nostro tempo, con chi scegliamo di stare.

La mia risposta, quella che porto avanti ogni giorno con un naso rosso, è stare accanto alle persone. Nei momenti in cui stare è la cosa più difficile del mondo. Non l’ho trovata a tavolino. L’ho trovata dentro le stanze, con nessuna certezza se non la presenza.

 

Siamo tutti inter-connessi

Una delle riflessioni più potenti del Master riguarda l’interconnessione. Siamo tutti inter-connessi: non come metafora, ma come realtà concreta. Ogni cosa che facciamo tocca qualcun altro. Ogni cosa che siamo contribuisce al tutto.

Da qui nasce un altro principio che ha guidato molte discussioni: l’economia e la tecnologia devono essere un mezzo, e mai un fine. Quando diventano il fine, perdiamo di vista le persone. La domanda giusta non è mai “cosa possiamo fare con questo strumento”, ma “per chi lo stiamo facendo”.

Questo passaggio, dall’individualismo al Bene Comune,non è un ideale lontano. È una scelta quotidiana, piccola, ripetuta. Ogni volta che scelgo di restare accanto a qualcuno che soffre, ogni volta che sorrido quando potrei voltarmi dall’altra parte, sto scegliendo il noi invece dell’io.

Un incontro speciale: Roberta Milanese

Tra le tappe più significative del percorso, ricordo l’incontro con Roberta Milanese, psicologa, psicoterapeuta e ricercatrice associata presso il Centro di Terapia Strategica, da trent’anni al fianco di Giorgio Nardone nell’evoluzione del Modello di Terapia Breve Strategica.

Non è un caso che Roberta insegni anche al Master Tutto è vita, dedicato all’accompagnamento spirituale nella malattia e nel morire. C’è un filo che tiene insieme tutto questo: la cura autentica passa sempre attraverso la relazione. Sempre.

Ascoltarla parlare di cambiamento, di come le persone, quando vengono davvero viste, riescono a trasformarsi, ha rafforzato in me una convinzione che porto nel mio lavoro quotidiano: non servono grandi discorsi per aiutare qualcuno. Serve la capacità di stare, di vedere, di accompagnare senza giudicare.

 

Quattro weekend, un punto di partenza

Il Master si è concluso lo scorso fine settimana. Quattro weekend, quattro tappe, ognuna con qualcosa in più da portare a casa.

Non è stato un percorso di formazione nel senso classico del termine. È stato un invito ad andare in profondità, su chi siamo, perché siamo qui, cosa possiamo fare di utile per il mondo e per le persone che ci stanno accanto.

Ho incontrato docenti straordinari e compagni di percorso con cui ho condiviso riflessioni che difficilmente dimenticherò. E ho portato tutto questo dentro il mio lavoro quotidiano, nelle stanze, nelle sessioni di yoga della risata, nei momenti in cui la presenza conta più di qualsiasi parola.

Non è una fine. È un punto di partenza.

 

Un pensiero per chi legge

Se c’è una cosa che vorrei lasciarti da questo racconto, è questa: fermarsi a chiedersi chi sono davvero e perché sono qui non è un lusso filosofico. È il primo passo per vivere  e lavorare con più senso, più presenza, più cura verso chi ci sta accanto.

Non serve una risposta definitiva. Basta iniziare a chiederselo.

E tu? Perché sei in questo mondo? Cosa puoi fare di utile per lui?

Se vuoi raccontarmi la tua riflessione, o se questo percorso ti ha incuriosito, scrivimi. Ne parliamo insieme.